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Per facilitare l’approccio a questo nuovo mondo faccio riferimento all’E-book offerto da Luigi Centenaro “Personal branding con i social media”, in cui l’autore, oltre alle conoscenze di questo mondo neonato ed in continua evoluzione, presenta anche la sua definizione di personal brand. Secondo lui, infatti, il personal brand è il motivo per cui qualcuno ti assume o richiede i tuoi servizi/prodotti. Precisa, inoltre che il branding è oggi un fenomeno completamente inevitabile: ogni volta che le persone interagiscono con te sono portate ad etichettarti e ti pongono in qualcuna delle loro personali categorie; qualsiasi proposito o tendenza stia condizionando il tuo comportamento, gli interlocutori ti identificheranno in prossimità di qualcosa che hanno riconosciuto nella loro esperienza personale.

Il web 2.0 offre grandi opportunità di interconnessione, come una sorta di megafono che ti permette di controllare il flusso di diffusione della tua immagine. Nonostante questo, nasconde diverse insidie: il controllo permesso non copre la totalità delle informazioni che si possono trovare sul web. Googlando il tuo nome puoi scoprire facilmente quante cose, spesso dimenticate, siano reperibili sul tuo conto. Tratti della personalità, idee politiche, gusti musicali, eventi cui si partecipa.

E’ tutto lì, a disposizione di chiunque e, soprattutto, di chi deve scegliere se assumerti o meno. Di frequente i responsabili del personale si affidano a ciò che trovano sul web per scoprire ciò che non possono arrivare a conoscere tramite il colloquio, e questo spesso non è un bene. Gli utenti del Web 2.0 spesso non si rendono conto che qualsiasi cosa presente online lo sarà per sempre. Per questi motivi è fondamentale prendere coscienza dei meccanismi che regolano la comunicazione nel Web sociale moderno.

Il motivo per il quale il web viene chiamato “2.0” è presto chiarito: comprende la completa realizzazione delle potenzialità espresse solo parzialmente dai primi paradigmi del web. Paradigma che ora è cambiato: i protagonisti ora sono gli utenti, coloro che fruiscono dei servizi e dei contenuti, e che al contempo ne sono creatori. Non a caso YouTube ha scelto il motto “broadcast yourself”. Oggi la produzione, la distribuzione e la pubblicazione dei contenuti non richiedono più grandi mezzi per essere messe in pratica, anzi: hanno costi bassissimi. Piattaforme quali WordPress o TypePad, per citarne un paio, permettono di creare siti dall’interfaccia semplice e, nonostante sia lontana dai sistemi professionali, è anche di facile utilizzo. Inoltre, i grandissimi vantaggi sui costi sono derivati dall’espansione irrefrenabile del mercato degli smartphone, strumenti di condivisione i cui costi stanno scendendo giorno dopo giorno.

Che si tratti di blog specifici o di una qualsiasi serie di commenti sotto una foto, la potenza del feedback conversazionale nel web 2.0 è impressionante e soprattutto si rivela necessaria .

Con il social networking si può sviluppare a scopo di business una rete sociale online in grado di comprendere amici, clienti e colleghi, creando uno spazio condiviso in cui interagire attraverso gli strumenti del caso.

Il feedback è una forma avanzata di conversazione, che riporta le opinioni dei clienti. Questo incessante flusso comunicativo non va trascurato né ignorato, perché ciò che viene espresso può avere un grande impatto sulla reputazione di aziende, persone e prodotti. Non è possibile avere il totale controllo del flusso di informazioni online, ma è un dovere aziendale curare da sé la propria immagine, e questo vale anche per la singola persona. Bisogna tenere conto che il Personal Branding non implica dover fingere di essere qualcuno o qualcosa che non si impersonifica realmente, bensì significa evidenziare gli aspetti migliori da mettere in luce. Sta a noi porre sotto la giusta prospettiva l’informazione corretta.

In pratica, l’economia del web 2.0 gira proprio intorno alla reputazione. In questo ambito, la nuova moneta è l’entusiasmo degli utenti nel produrre servizi e contenuti di qualsiasi genere, creare un interesse nel brand che sia in grado di muovere le persone, fino a giustificare apertamente lo stesso interesse sopra citato.

La reputazione, del resto, può essere trasformata in fama e conseguentemente in offerte di collaborazione. Per esempio, pubblicare un articolo su una rivista di fama può portare finanziamenti, incarichi e successo.

Il personal branding può davvero generare business? L’obiettivo del personal branding consiste nell’associare il tuo brand alla categoria di prodotti e servizi che offri. Qualora il tuo brand possa risolvere il problema di qualche individuo, quel qualcuno dovrà pensare immediatamente a te: il personal branding, unito agli strumenti del marketing mix, punta proprio alla conquista della mente dei clienti da parte dell’identità di marca.

In un mercato ultra competitivo come quello moderno si diffonde la necessità di differenziarsi, di chiamarsi fuori dal semplice spettro di un macrosettore in favore di un’identità così forte da creare un proprio settore. Nell’era di Internet crescono le opportunità e aumentano i vantaggi per la specializzazione. Se ti specializzi e crei così una tua categoria, diversa da tutte le altre, ti distingui, sei il primo, tutti ti potranno identificare chiaramente e il tuo Brand sarà forte ed efficace rispetto ai tuoi obbiettivi.

Vi sono vari modi per farlo. Cito di nuovo Centenaro: “talvolta significa semplicemente aggiungere uno o più termini alla parola chiave che identifica la tua attuale categoria, magari identificando l’ambito, il luogo, la modalità o lo stile”.

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